Tram N.5

Torrido di luglio di luna piena

tubo di ferro in ritardo

si riempie di cuori umani e di vite

naufraghi e sopravvissuti,

tanti,

stranieri a noi stessi che andiamo nelle periferie dell’impero

verso le follie già conosciute.

Spesso addormentati di liquidi etilici o droghe o desideri

dove eros strappato ai sentimenti.

Sputa persone il tubo e poi lentamente

riparte,

Ne divora altre certamente in attesa

lo spazio vitale è poco gli odori tanti

e il contatto inevitabile con mappe di pelle antiche.

Io ci sono e sono qua nel tubo

in ritardo, con voci che non conosco

verso luci in movimento e immagini deformate.

Arriva la notte e il desiderio di percorrere città da sola

con il buio e spero fresco e vedi

umani su gradini che vorrebbero dormire per non svegliarsi

o altri in gruppi rumorosamente confusi come nebbie,

soli tuttavia

guardo la luna che possa dirmi

perché quello che accade mi lascia sospesa

perché il mio corpo ha una patina di cloroformio e non sente bene

perché la vita degli alberi mi manca

senza il nido

e il cuore dove sono a casa

nomade eremita per un tempo bizzarro

sorridente e sapiente di conoscenze errate

chimere alle quali fare coccole

dolori imprevisti messaggeri lontani

ma poi lì

è la strada

in viaggio

da fermi

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in volo ritornano

Gli uccelli migratori son tornati sul balcone

ne hanno da raccontare e io al solito li ascolto…

anche io ne avrei da dire

non un  inverno semplice

di mancanze perdite avvicinamenti scoperte e delusioni

In primavera tornano

mi hanno portato qualcosa di nuovo

tra le zampette

sbrilluccica

 

cerco di afferrarlo e lo vedo: un piccolo cuore di oro rosso raccattato chissà dove

ritornano loro e ritorna il cuore

sarà da fidarsi affidarsi crederci farci una  risata su

sui voli miei narcisi e vani  pure se in cerca di approdi

spero il cuore mi cucini qualcosa di buono

e si dia generoso e coraggioso di tempo.

come il cinguettio degli uccellini carichi di storie e luoghi incredibili

in arrivo

fathers and sons

A Garbatella, mi chiede dove sia Via del porto fluviale… sai la casa delle facce… io gli rispondo ci passo attraverso e ci andiamo insieme. Ha con sè un cane di 5 mesi, di media taglia e uno zainetto. Cerca da dormire là. In pochi passi mi racconta la sua vita. Alberto ha 18 anni, porta occhiali spessi, non pare drogato o punkabestia ma è loquace e desideroso di conoscere il mondo. Entriamo in confidenza subito. Pare ogni tanto, frequenta l’ultimo del liceo turistico, riesca a studiare solo se si sloga qualcosa e rimane a casa per giorni interi e poi prende pure bei voti.
Il padre, solo dopo un giorno, mentre prova ad andare a vivere con lui, lo caccia, pare gli dovrebbe dare soldi che non gli ha mai dato. Così come lo caccia l’amico che probabile ami qualche droga… Così la madre che lo chiama mentre camminiamo, forse vuole sapere dove sia il figlio…pure con lei le cose non vanno. Alberto mi pare un bravo ragazzo, solo capitato nella famiglia sbagliata, con genitori sbagliati, magari incapaci di contenimento e presenza, divorati da sensi di colpa grossi come elefanti ma capaci di sparire con la velocità di ombra di topo che sfugge. Vuol sapere se ho figli e sono sposata, si stupisce della mia età vera ahaha
Alberto lascia la scuola e se ne va tre mesi in Cina e Giappone, poi scopre i woofeer. Lui vuole vedere il mondo, provo tenerezza e penso che così sarebbe stato questo figlio mio, desideroso non solo di un pezzo di carta diploma ma con la necessità vitale di sapere di tutto.
Poi gli dico che lui forse sarà un buon padre, migliore di tanti altri, quando mi dice che non vuole figli, il suo essere figlio deve essere e sarà ferita aperta a lungo, temo.
Penso possa riscattarsi con la testa e l’apertura che ha nella vita.
Mi chiede se conosco qualcuno alla casa delle facce ma no, purtroppo no.
Caro Alberto ti saluto con un ‘buona fortuna’ e chissà
un giorno tu diventerai un piccolo grande uomo cresciuto
a cui capiterà di ascoltare, vagante nella notte, un altro ragazzo diciottenne, cercando di spazio nel forse.

So.p.portare il mare, caro marinaio

 

In tibetano «sherpa» significa «orientale», e gli sherpa che si stabilirono nel Khumbu circa quattrocentocinquanta anni fa sono un popolo buddhista, amante della pace, che viene dalla parte orientale dell’altopiano. Non riescono a star fermi, e nella terra degli sherpa, ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi.

Afferma Chatwin.

 

So.pportare il dolore

Sapere e portare su i No che aiutano i veri Sì civili e giusti.

Oltre gli sguardi di convenienza, sei triste e io lo so, (vedo una tua immagine da social) non mi chiedete come, ma lo so, puoi fingerti in una vita rimediata, arrampicato su specchi che ti nascondono.

Il dolore è tanto da sopportare (e avete scelto polveri e deliri chimici per sopportare) perché pare ingiusto, insensato come il fatto che si debba mettere il punto alla fine della frase e del viaggio.

Io non riesco a scrivere con i punti- quasi la punteggiatura mi molesta perché nulla finisce veramente   se mai fosse anche iniziato

 

Fare questa vita da riempire sulla scacchiera di eventi incontri cose possesso e diversione vanità eppure camminare per la bellezza oscena di una città di Palermo e non sentire l’immersione con lo stare e guardare altro da sè

 

Oppure essere là nella bellezza diroccata con questo uomo al quale ho stretto la mano del post concerto e detto la chiave è la musica e tu e la tua chitarra ricreata ne sono prova

 

c’è energia in questo  è viaggio di suono  rompe le quattro mura di carceri minorili

i sassi da portare come pesi ma io so.pportare l’ impegno per strade diverse

non seguire la scia del mare ‘normalità’ normalizzata

essere un po’ pazzi come lui dice di sé e creare piu in uno, tanti viaggi in uno

io non so.pportare l’arresto la stanzialità mentale dei partiti presi

del chi deve avere sempre ragione io non voglio aver sempre ragione anche se sono fondamentalmente nel giusto

non vale la pena gridare più forte per farsi dire di sì

senza i piedi non vai da nessuna parte

 

valigia con le ali

la valigia con le corde porta dentro la mia sorte

può essere si parte si arriva, non si  sa ma per dove da dove

 

assisto a partenze ci saranno addii non so se sono pronta

vorrei essere forte con le mie valigie di esperienza lacrime sangue e piume stropicciate

intenzione intensa vivere provarci così

oltre  gli idioti circostanti e il loro squallore

le mie piume rimangono a colori nonostante il catrame e lo smog

valige da preparare e da disfare

tutta una vita in viaggio scappando da sè eppure provando a cantare quel sentimento assente

il mio sangue finisce da qualche parte

non so se diventerà nuovo concime per me  e per le aquile che sanno tutto e vedono i  vani passaggi  al di sotto

ma è dura

se è dura accettare la fine di qualcuno

che sono e non sono io

chissà se son partita con le  Ali

in questo video ci sono  belle persone belle

di voci e note cariche di viaggi

spero di ripartire anche un pò

da qui

 

umano troppo umano

Pare che in Cambogia ci si sposti con piattaforme lignee poggiate su ruote giranti su binari non sempre perfettamente paralleli.

Si può far salire di tutto: bestie, masserizie, alimenti, umani, sogni e speranze. I binari sono ad un’unica corsia quindi se si scorge altro mezzo in avvicinamento bisogna:

fermarsi, far scendere i temporanei passeggeri, smontare il veicolo fuori dai binari. Tutto si ricompone subito dopo e si riprende il viaggio.

 

Sembra una gran fatica e invece no, è solo la sopravvivenza.

 

Quante volte io avrò smontato non lo so, certo non   sarò stata di buon umore nel farlo, magari spesso imprecando, piangendo, o talvolta, scegliendo il congelamento di qualsiasi emozione.

Ma in fondo non è stato un gran danno riposizionare quello che trasportavo, il bagaglio (o la zavorra) si riduceva come dado da brodo, ma tassativamente senza glutammato.

 

Si potrebbe trovare un altro mezzo di locomozione oppure simpaticamente continuare così all’infinito. Ancora non so.

 

Oggi ho fatto una ricerca volevo ritrovare questo particolare di affresco che era nella mia memoria. Si trova, credo, nel duomo di Orvieto.

Luca_signorelli,_cappella_di_san_brizio,_dannati_all'inferno_05

Et voilà l’artista si è raffigurato alato con, si dice, donna che lo aveva respinto- lei sarà qui diventata meretrice posseduta dannata etcetc ma il demone è lui, o meglio, lui e lei sono la stessa medaglia ma con facce diverse.

 

Il potere sul corpo altrui, il volere sottomettere con il controllo perchè narcisismo comanda, in parole povere, non riuscire a stare in contatto con il proprio lato umano: non sapere sentire cosa essere relazione di esseri liberi e gentili

 

Se ci ripenso per me umano è smontare tutto e rimettermi in viaggio così come  riuscire a fare il volo sul demone

(che poi però è solo pateticamente grottesco

come questo insistere a far girare le vita su binari poco paralleli)

.

Le vacanzedistanze

Le vacanzedistanze

Si sale e si scende, comprate un giro di giostra

si parte e si torna

si arriva e si scende

si torna e si sale

o puo’ essere in tanti modi

siamo grotteschi visti da fuori

con i piedi frementi Km

anche

per dimenticare

per dimenticarci per un po’ di noi

e dei cuori sfranti

Ci ho provato pure io e sono salita e scesa

e poi salita e poi andata e poi tornata

non potrei andare senza pensare di tornare

è come: volo ma poi atterro e mi ri.prendo.

Poi c’è chi in cielo ti intercetta e gli piacciono i tuoi colori, di piume- ne vorrebbe trattenere qualcuna per sé-

ma non ci riesce allora cerca di bruciarti le ali,

niente da fare, impulso a volare è troppo forte,

nonostante sua stizza e sostanza marrone che desidera lanciarti addosso,

tu rimani iridescente e trovi la forza,

nel viaggio cura il ritorno e le mancanze

e quelle distanze anestetico con odore (dolore) persistente.

“Andate, venite

a comprare un giro di giostra!!

Anzi no, questo giro è gratis.”

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