Ups & downs (sull’albero)

 

Salgo sull’albero, ultimo scatto e sono su.

Da qui vedo tanto e sento gli uccelli vicini vicini.

Ascolto i loro discorsi e mi tranquillizzo, credo che non scenderò più, come quel barone di cui mi raccontavano quando ero piccola.

 

Le cose di sotto sono brutte, la gente ha paura e non si capisce più molto. Per questo salgo e non vorrei più toccare terra.

Da queste altezze scopro infine come siano tanti i tipi di alberi: ognuno di noi con il suo.

 

Io ci scrivo sopra spesso

( in una certa lingua  scrivere è anche ridere, cerco di non scordarmelo).

Non mi importa se troppi occhi distratti ritrovino quello che è sulla corteccia.

I segni spesso ci identificano, ci rendono uguali nel sentire e nel dissentire,

e così se altri passando qua sotto si ritrovassero affini, sarò ben lieta di condividere questi pensieri protetti dalle fronde. Qui sono al sicuro, pure se sospesi in alto.

 

Mi accorgo con il passare del tempo, quanto  non mi bastino per farmi compagnia uccellini cinguettanti e servizievoli, adulanti e (per i miei gusti di verità) troppo volatili.

Mi piace sentirli cantare da quassù, poi, se mi andasse magari mi unirei al  coro anch’ io.

 

Oggi pomeriggio, salendo più in alto, ti ho visto.

Sei su quell’albero cedro del Libano, non proprio di fronte, un po’ di traverso. Scrivi pure tu sugli alberi, da qui osservo mentre incidi cuori senza iniziali, anche io non saprei scegliere quali

(ma la forma la ritengo simpatica e credo pure l’albero gradisca il tuo segno).

Noto: troppi uccellini si posano sui tuoi rami, pare non te ne curi, sei troppo preso con il lavoro dei cuori. Comunque sei bello di sguardo e  tutte le foglie sembra siano in attesa di un tuo segno per mettersi in concerto.

 

Sono passate circa due settimane, ti ho rivisto, mi hai guardata per la prima volta e il mio diaframma in cerca di cure risuona.

Se tu fossi delfino mi sentiresti e scenderesti dal cedro,

forse mi potresti convincere a lasciare il mio albero.

Così, fantastico, potremmo scolpire insieme microscopiche figurine di sughero intente a danzare e giocare quella vita che ci rimane, non si sa per quanto, intera.

 

Ritorno alla realtà mentre  sei sempre indaffarato là.

Ogni tanto mi concedi uno sguardo e pare tu mi sorrida.

 

Continueremo a guardarci e a fare segni di alberi che sanno

portarsi appresso valige di semi buoni

Il vento gli uccelli i salti saranno complici

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