Gente di luce & Lucania

Hanno voglia di parlare e ti fermano, così ti fermi pure te.

Alla Rabatana, quartiere ormai semi diroccato di origini saracene, a Tursi, provincia di  Matera. Qui una Lucania ancora con doppio nome che ricorda  terra di luce che è quella negli occhi di Maria e Filippo, ottantenni che invitano a stare un po’ con loro. Maria mi parla con un italiano incerto con tante parole con inflessione e dialetto e pochi denti e io per capire  ripenso  un po’ alla nonna montellese. Lei parla molto e le sue malattie, è nata lì in quel cortile con pergola di vite e i suoi tanti figli tutti sposati 18enni e le cose che cucinava e i pomodori e il formaggio che facevano, vite da piccoli agricoltori nelle caverne nella roccia dove riposava il bestiame. Filippo è piu’ taciturno, ha avuto un ictus ma ricorda che è stato pure in Germania  a lavorare ma è ritornato per lei, da giovane, già suo  comandate. Lì stanno bene, pure se isolati, i  figli comunque visitano spesso ed è bello quando stanno tutti assieme.

Poi, ci prendiamo un buon tè freddo che  Maria ha preparato e seduti sulle nostre sedie, curiosi  e in silenzio studiamo una macchina di uno che non sapeva che lì non si entra, le strade sono strette, e ora impreca perché non riesce a fare retromarcia: in quella pace seduti fuori a vedere la vita che passa.

Qui di vita 50 anni fà ce ne era. Ora solo tanti vendesi e case senza tetto. Un ristorante ha aperto, ci vengono  sposi o turisti.

Salutata la coppia che  ama la sua casa perché lì l’aria buona  c’è, trovo Nicola, occhietti furbetti, lui sa tutti i punti  esatti per fare le foto e devi meticolosamente seguire le sue direzioni, scopro un cortile nascosto che davvero ricorda gli arabi passati.

 Poi incontro Pasquale, si vede che lui è  l‘anziano piu’ autorizzato a fare da ‘proloco’ del quartiere e ci tiene, prima che faccia buio, che si veda là dove c’era il frantoio. Tutti, 50 anni fà andavano a portare le olive per farsi l’olio. Poi quello che è successo: la solita storia del mattone, non hanno voluto far arrivare l’acqua e la gente si è spostata a valle, tante case nuove e tutto è stato lasciato lì a decantare mentre loro in pochi r/esistevano.

Pasquale mi scorta fino al parcheggio e da un’altra casa diroccata esce fuori un bagno con acqua fresca che lui invita a bere, l’acqua c’è dato che sul monte le sorgenti non mancano.

Li lascio tutti a malincuore.

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Di  questa umanità che mi ha investito così all’improvviso, mi ricordero’, per frenare  tutta quella diffidenza che ci sommerge e chiusura,  paura che ritrovi appena ritorni a casa che poi non è  la tua casa perché in fondo io preferisco la vita di Heidi e suo nonno.

Da queste parti  hai altre scene che ti ricordano che sei  umano, una città assediata dal riscaldamento globale e donne nere che dormono per strada dietro a una piccola ombra di  macchina per proteggersi, anche quella giovanissima nel mercato  di piazza Vittorio con in mano una bottiglia e l’altra nella tasca vicino al  suo pancione con bambino che non so che luce vedrà quando nascerà.

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