un gatto turco

Miao, sono un gatto turco, uno come tanti, osservo e ascolto,  per le strade di Istanbul nulla mi sfugge, neanche il passaggio di altri rosci come me.

Sì siamo tanti e ci aggiriamo sotto questo cielo ancora tanto freddo e grigio, di primavera lontana,  attraversiamo trappole per topi dove vivono milioni di persone di questa megalopoli di cemento e legno… e poi dicono che una parte è asia e una parte è europa e il traffico è perchè ci sono i pendolari,  io non ho ancora  capito come fare a distinguerli.

Le donne sì quelle le vedo nelle loro case di  oggettibrillantinikitch barocchi, di desiderio represso,  coperto all’apparire della femminilità che inevitabilmente si fa brutta e sformata. Osservo pure uomini che da soli in locali mandano via le mogli per sentirsi sultani per una notte e di questi luoghi trendy dove gli altri, quelli che ci visitano, non vedono che dietro a quei tacchi di alta borghesia mafiosa c’è tristezza  di una richezza ottenuta  magari con il danno e l’illecito,  sono i nuovi ricchi nello spreco di marche dei vestiti da sera, di donne scoperte e tristi che mi ricordano quelle fagotto  sotto  controllo di qualcuno che non voleva unire per nulla,   in trappola  da parecchio ormai    catturate dalla loro bruttezza (che spingono avanti quando  vedono le visitanti e come spingono con rabbia per farsi  passaggio!).

 Poi  girovago nell’harem  e mi immagino i sultani con gioielli sassi smeraldo immensi e maioliche blu turchesi e le favorite in cortili pollaio a scaldarsi al sole in attesa  di figli quindi privilegio. Una cultura che gira come giostra impazzita su uomo finto galante, un altro villano come da tradizione, le prede in trappola…  Io sono gatto e di queste cose me ne intendo e poi il pane che è buono e pure il pesce fritto anche se pescato sul ponte del golfo dove passano  battelli in ogni direzione. Umani tanti umani  nelle strade e  tifosi di quel poco che hanno e vedo contrattare dei visitanti con  taxisti per non morire di freddo e  rientrare in albergo dopo ore di vagabondaggi

(i soldi consegnati piegati e non stesi e salire su palafitte per mangiare panini freddi  su micro tavolini con turchi contadini mentre vicino pure  altre trappole per  questi visitanti che cercano la via delle spezie che fu)

Poi  un po’ miagolando ascolto  le parole e le lingue  le risate e le solitudini ingombranti gli incubi di altro e la vicinanza improvvisa della compagnia, il ritrovarsi simili e diversi  nel racconto dei teatrini e pensare ai quaranta ladroni che si nascondono  dietro al tesoro e le porte arrugginite e gli occhi blu tanti per proteggere quelli  incattiviti altrui e le forme a cupola che sonoramente ci ricordano sempre le stesse cose di invadenza

e noi gatti  là non entriamo.

In fondo ci aggiriamo  con fare furtivo alla ricerca di panorami migliori.

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