Caro mare ti scrivo


Sono qui davanti a te in questa linea scura di orizzonte, ipnotizzata dalla tua calma di alba.

Mi sono persa

 continuo a incontrare le mie fughe. Potrebbe avere un happy ending da film, al momento vomitare anima davanti a un sesso senza amore di sé. 

Che poi tu cosa puoi sapere dei film? doni e togli vita calma apparente  per amore di  burrasca.

Rabbia o tristezza per non poterci fare molto.Riderne.Condividere.Chiedersi.

Perchè strade storte? 

troppe per non perdersi nel deserto.Trovare contatto e perderlo sai gli abbracci mancati i peluche mai ricevuti strutture di torri d’avorio e un lavoro dove non hai potere di controllare quelle energie.

La testa pesa occhi bruciano lo stomaco è a testa in giù forse bicarbonato sì abbiamo già pagato ma temo che lo faremo ancora e ancora e lo sai  perché? 

Te lo stampano addosso per ricordartelo ogni volta

 sei sulla strada che non porta al mare.

Uomo di ghiaccio

Tempo fà i bambini della maestra giocavano a uomo di ghiaccio. Ricordo:  le femmine stavano all’ombra e solo lì non potevano essere catturate dai maschi che  invece al sole se le vedevano trasgredire il confine  le facevano prigioniere. Erano piccoli uomini di ghiaccio.

Beh io ne ho visti diversi  più adulti  a fare giochi simili . Uno anche adesso si è affacciato alla mia porta mi ha congelato un pezzo di cuore che  comunque ancora batte

non mostrando alcuna empatia per quello che ha combinato

alcun apparente interesse a sentire il dolore del  cuore congelato

da azioni senza logica e amore

Non manifestarsi realmente fingere dire bugie essere stronzi o paraculi insomma mettiamola così e non riuscire a farmi superare quell’ombra dove posso essere al sicuro anche se io volevo starci al sole con te..ma non scegli me  o fai finta  di non farlo

capire l’incomprensibile rivestito di carta regalo opportunista e manipolatoria

un bel fiocco rosso passione  e oplà il regalo farlocco  eccolo qua

il mio più bel regalo di compleanno eri tu pensandoci  dicendo così

forse era vero

lo capirò solo quando  ritorna primavera e  incantesimo  del non c’è tre senza quattro si scioglierà

essere duplici senza mostrarsi davvero quanto vi conosciamo uomini iceberg

sembrate estinti tipo Mammuth invece ci ricordate quell’era glaciale dalla quale non ci liberiamo così facilmente

perdere libertà

essere nel giudizio

non riuscire ad amare o a farsi amare

panico il terrore corre sul filo ghiacciato

paura dell’horror,  caro uomo, che hai dentro

del tragico che non riconosci del mondo effimero  che popoli di inutili musiche

dove non c’è spazio per pace di un sole che scalda

sono in inverno, -40.

 

IL pretesto per non amare

Così di getto scrivo ad una stazione di treno, su una panchina al sole, calma apparente. Non che io voglia stare nel temporale per forza, mi piace il cielo sereno amare ed essere amata cose così facili come bere un bicchiere d’acqua. La vita pare breve se non la si beve con gusto tu con questi pretesti per non amarmi per non amarti con la schizofrenia della carezza e poi del pugno giudicante…La violenza psichica su altri sapere cosa sono e non sono dargli un posto e limitarli.Io vorrei non averne bisogno.Ma se c’è il sole bisogna sempre dimostrarlo? Trovare pretesti perché si vuole e non si vuole. Sarebbe più facile potare il cespuglio e trasformarlo in albero io ci crederei se tu non avessi quei paletti che poi potrebbero scatenare la bestia in me.Invece arrendersi, io ci sono. Per te e per me.poi se c’è un tè che insegue tempesta vabbé io piano piano riprendo verso il cielo sereno.

Le donne sono strane ma reagiscono come questo bel doc che invito alla visione

mancando il mancante

 

Per alcuni alberi  di questa latitudine è già primavera.

Per i miei platani no, ancora vedo rami spogli e nidi di stagioni che furono.

Il dubbio assale sempre, non molla… se… molto scabroso

affidarsi a questi fragili  prematuri fiori di ciliegio selvatico.

-Non voglio leggere da solo!- dice il bambino iper ansioso

e io gli rispondo -Siamo tutti soli anche la maestra lo è-

pure se apparentemente non sembra.

apparentemente tutto si stravolge e mi manca sempre quella poesia tra i rami, tu non me la sai cantare.

Fughe altrui mischiate nel vento di scirocco e foglie nuove pronte al pronti partenza via!

polveri e tracciare con il dito disegni impossibili

corpi esultano ma sempre ombre di tradimento e ambiguo sperare altro

nuvole scure e cielo a metà azzurro

ad urlare amore

dove sei?

Sei qui e non ti vedo tra i rami

 

 

 

Balli questo valzer con me?

 

Ma salirai come un onda del mare

Travolgerai tutte le mie paure

Sì soffierai come il vento d’estate

raccoglierai i miei giorni perduti

(A.Parisi Il Valzer di Roma)

 

Parli.amo d’amore ogni tanto, ma solo ogni tanto eh!

Perché di muri e crudeltà e bestiacce che ti portano all’improvviso la signora con la falce che più o meno d’impulso decide di farsi un giretto con chi era con te prima…ne abbiamo piene le scatole e ora potrebbero farsi scatoloni pesanti e ingombranti.

Allora spero e mi dispero meno,

pure se sono stati sei mesi carichi

di sorprese

dolori e  delusioni, paure e sconfitte apparenti.

Poi cavalchi onda con quel delfino sconosciuto

non sai se vuole giocare o legare con te trame di madreperla e corallo

Non sai, ma salirai in superficie

e giocherai il cielo blu acquamarina e anche quel verde smeraldo alga nutriente,

oltre le mancanze e le distanze.

Pure se, sicuro, troverai un giudizio sassolino in qualche scarpa vedendo solo imperfezioni, sfumature di dubbio e contraddizione. Magari il sassetto  lo scambi per una perla rara.

Amare, amarsi un po’ e trovarsi in ordine disordinato

mi sono persa e ti ho ritrovato

sarà vero sarà falso.

Ricomincia la giostra

tra le tue braccia,

è così stavolta pensi che possa venire meno vertigine

perché tutto gira gira

e tu potresti ridere ridere spassionatamente

dopo il sale abbondante

e le ferite e le inquietudini

( amiche mai troppo lontane o distaccate)

Dai! Giochi.am(iam)oci un pò tra le onde

andarsene

Andare per non tornare

non è la prima volta che accade o che mi accade.

Tu vai e non torni, lasci questo corpo… insomma muori.

La morte ossia il grande tabù.

Stavolta, te ne sei andato veloce, lasciando molti stupiti arrabbiati increduli

poi

tristissimi, perché noi rimaniamo a ricordare

ciò che è stato

e ciò che sarebbe potuto essere.

Suonare assieme crea quell’intimità senza parole, lo sa solo chi la prova,

ma tra noi era una distanza a volte timorosa, altre riservata,

ad inseguire solo alcune scie di parole, ho saputo che avevi accesso a questo blog e non m’immaginavo tu potessi entrare in questi altri mondi miei, sai di quella volante.

Intimiditi eravamo e curiosi, ma a distanza di sicurezza… avrei voluto avvicinare qualcosa di più ma non è stato possibile, credo in fondo comunicassimo lo stesso, pure con altre distrazioni di ostacoli.

Mi hai insegnato quel suono anarchico e il 5/4 e la parte alta dell’organetto quella dai suoni bassi e le tue frasi improvvisate così come venivano… cominciato pure io su quell’onda…e Delicq? ne avevamo parlato delle le sue musiche struggenti… tu ancora non sapevi come riprendere le fila della musica che avevi dentro, ma la condivisione così difficile.

Dentro te c’era già tanto, anche un mondo a testa in giù con spigoli fastidiosi ed ego da limare, illusioni delusioni e fantasmi, farci i conti come tutti noi del resto.

Dire che mi mancherà quel tuo suono è inutile, come quel sorriso imbarazzato e la tua gentile curiosità e ovvio ancora non credo che tu non ci sia qui con noi.

Forse sbagliamo a pensare così,

voi rimanete sempre qui,

nei ricordi nelle parole non dette, nelle battute nell’ironia anche nei litigi testardi egocentripeti, rimanete con noi e noi con voi anche se forse

ovunque possiate disperdervi… avrete altro a cui non badare

io aspetto che tu continui a mandarci musiche buone

ciao D.

de.finire… quelle parole

 

Mi viene da pensare che trent’anni fà e più, se ti veniva qualcosa tipo nausea capogiro e agitazione non sapevi nominare quello che avevi.

Poi è arrivata la parola magica: attacchi di panico. Chissà quanta gente ne aveva sofferto prima della ‘definizione’, pure i tuoi bisnonni, ma loro non avevano la parola che avrebbe riscosso tanto successo di cure varie.

 

Ora metti che incontri una persona gentile/ premurosa, subito si appassioni di te, spesso anche con gesti plateali o eccessivi. Ti avvicini e crei una sorta di dipendenza emotiva nei suoi confronti. Ti esalti con parole giuste e ti metta su un piedistallo e aggiungi pure che improvvisamente, da un giorno all’altro, invece senza motivo alcuno, cambi registro: ti rovesci addosso violente critiche, sei la persona cattiva, su di te giudizi sospetti gelosie senza che tu abbia fatto in realtà granchè per arrivare a tutto questo.

Ecco il bisnonno un personaggio così lo poteva definire: poco equilibrato.

Invece, noi moderni, ora abbiamo la parola: narcisista patologico.

 

Parola che sentiamo con frequenza ovunque con il rischio di essere sommersi da tutto questo ‘saper definire’ cosa abbiamo davanti.

Eppure ciò (panico e narciso) esiste e persiste, mica lo nego eh!

Vorrei chiarire: Io il patologico N. non lo amo assai, ma me lo sono trovato spesso tra i piedi pure a farmi quel tipo di sgambetto che tu, perdendo equilibrio cadendo, sbatti rovinosamente la faccia a terra.

Qui che il simile attiri il simile non è: questo individuo di doppio genere (ci può anche essere una versione femmina) quasi sempre inizialmente appare gentile e affascinante agli occhi di tutti, la persona perfetta, altruista e generosa per poi pescare persone empatiche di cui nutrirsi. Le empatiche non sono narcise ma spesso hanno solo il desiderio o la sciagura del sogno, di ricercare quel legame di affetto che mamma dava o forse non dava per niente. Dicevano la fame d’amore e evidente, poco innocua, mendicità sentimentale.

 

Ora anche chi ha attacchi di panico non vuol dire che sia lui la personificazione del panico solo che gli capita di rispondere alle ansie della vita smettendo di respirare, perdendo le coordinate spazio temporali.

Di chi la colpa?

Le colpe, certo, ne abbiamo bisogno… sarà la nostra cultura cattocoatta, poi espiamo e sacrifichiamoci all’ ennesimo narciso P o attacco di panico.

 

Oppure no, anche no, invertiamo la rotta, siamo ciò che siamo in sintonia con quello che ci è vicino e lontano, in ascolto ma con idee precise sul mondo che scegliamo.

Il giudizio altrui non serve per darci una forma. Siamo a prescindere, se vogliamo avere il controllo mi sa non serva pretendere di avere l’ultima parola.

Potrei pure sbagliarmi, ma io seguo la storia del seme che dopo un po’ di oscurità alla fine trova il modo per farsi germoglio e poi diventare pianta. Se mi promettono un seme geneticamente modificato che appena lo afferro mi diventa subito albero carico di fiori e frutti senza stagioni da attraversare… ecco io… sospetterei un po’.

 

Quindi attendere non è che sia male, servirebbe magari sia per distogliere il panico e sia per stanare il narciso, spesso bipolarmente egocentrato come falco appostato con ennesima dolorosa pantomima da attuare.

Oppure…

-no grazie-

attendo

Altro tempo altro spazio altri luoghi da abitare

da soli o con la giusta compagnia per cui la libertà è pratica reale e costante

di nutrimento e presenza non invasiva

liberi da

i condizionamenti, i (pre)giudizi coperte di Linus,

così di conforto se temiamo e poco osiamo andare oltre le parole.

Proprio quelle parole che definiscono così bene

tutto quello che abbiamo e non abbiamo.

E che forse era tutto quello… che valeva

idem per i nostri bisnonni, ma senza definizione.

Beati loro.