stra,colmi

i miei passi tanti, di questi giorni perdermi nel labirinto e ritrovare la via

a Venezia lì

io ritorno puntualmente ogni anno sempre nello stesso posto

sempre a nutrirmi di arte e pensieri buoni

ma ogni anno è diverso, sono diversa io

ora in compagnia di vampate e insonnie d’età

e pensieri che si danno nuovi spazi, incontrano certe storie di vita

e ascoltano altre parole di altri visi

questo scritto (estratto di un libro che non riuscirò a trovare) è di un architetto serbo, passaggio emblematico per me, tutto vicino alla mia vita di questi tempi

solitudine nella moltitudine

e scelte di provare a stare lontana da chi e coloro praticanti psicopatologia a go go

per me rifiuto ricevuto

allora rifletto mi fletto in posizione oscena in ripetizione

lo so attiro anche questo che la bellezza possa essere maledizione

allora la diversità quella mi appartiene

stracolmi da queste informazioni e notizie del disumano attuale

loro lui noi

non abbiamo tempo per stare per amare o farci amare

tante scuse o alibi o masochismo estetico

della scelta di ciò che ci accontenta perchè non ci sceglie

nessun tempo per udire e (in)contro chi ascolta poco

per comporre creazione d’interesse e non passa-tem(p)o noioso

ricevere il gioco dei mimi pscicotici e

a nostra volta replicarlo nel riflesso freak show infinito di specchi

qual’è l’immagine originale?

lavorerò del bisogno e del cuore prossimi giorni che mi possa aiutare a dipanare la matassa mitica

del solito labirinto senza uscite secondarie.

(ho ancora ammazza mosche che mi regalasti nel nostro gruppo di energia bio proprio per quei moscerini potrei sempre usarlo)

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Ultima.mente

Ultimamente ci penso sovente.

Ci sono persone le quali oltre che a ospitare nel.sul proprio corpo, batteri, cellule, acari, microrganismi di vario tipo, ospitano pure i demoni del non amore…

Ultimamente non è difficile scovarli: vivono di bugie, asini in cielo, tifoserie di un ego spaventato ed hooligan, lamenti o dolori o sofferenze autoimposte che, guarda caso, impongono pure agli altri

Il sadico e il masochismo di un BDSM non dichiarato, latente forse.

Non so se con loro si può negoziare

Io spesso tento

Ascolto

Osservo

Condivido empatizzo

Ma se non presto attenzione poi il demone straborda e mi lascia le impronte di fango sul mio pavimento appena lavato.

E ricomincio da capo che noia

Perché poi voglio pure bene a chi non può farne a meno di questi ospiti invadenti e zotici.

Ma ovviamente divento intransigente e me ne vado e gli porto via le chiavi per entrare.

Quelli che sul mio corpo ospito io di demoni, lo sanno che da me non c’è terreno facile, allora solidarizzano con quelli degli altri, so bambini crudeli che si può fare? oltre il risentito e l’ offeso, quello arrabbiato e spaventato, quello non ascoltato e amato, che si può fare se batte i piedi a terra e fa i capricci? Perché, anche indifferenza/intransigenza apparente del demone rivela il suo modus operandi. E’ molto seccato con il resto dell’ umanità e sceglie di non amare.

I demoni ti fanno sentire invisibile insignificante inutile dipendente irrisolto, di facile sostituzione se hai un pezzo leggermente difettoso.

Non ho soluzioni per evitarli.

Ultimamente continuo a pulire a terra (pure imprecando, ovvio, nella ripetizione dell’ atto).

Chissà…arriveranno rinforzi con mocio e secchio nuovo.

Forse non arriveranno.

Ultimamente va così.

Distinti Saluti ai demoni.

In balia di un (a)mare

in balia di onde di un mare che toglie e dà senza sapere, futuro incerto di vita appesa ad un filo

Funamboli sempre precari

Guaine di ferro per le tre scimmie che non vedono non parlano non ascoltano

Riflessi macro di quello che è micro

Poca presenza a continuare, responsabilità presenza,

amore concederselo se possibile invece di rispettare saghe familiari di non essere e non vedere essere altri per poco tempo da vivere,

essere ignorantemente spaventati

Sotto.sopra

Sotto all’impalcatura aspetto per entrare

Sopra all’ impalcatura, musica balcanica, là si lavora a ritmo.

Me. Sottosopra come quel barattolo di visciole al sole.

Profumo di pane non più mangiato.

Profumo di buono, di alcuni odori familiari persi.

Tante ricompense tanti distacchi.

Amore dove tu sia non mi è dato saperlo.

Credo di trovarti sempre in quel riflesso acquatico, smuovi qualcosa e poi non c’è più Narciso.
Allora in solitudine aspetto il prossimo gioco di luci per fotografare ninfee vietnamite all’alba

Mi nutro di questi momenti haiku della vita mia.

È già qualcosa, è già molto.

No giudizi o opinioni non richieste, bugie, assenze di presenza perché invece negli haiku di viaggio, stupore e bellezza c’è ( mancano anche i cani e gatti aizzati dagli avvoltoi)

stare sotto. sopra le ombre al lavoro, stare sopra. sotto inutile comunicazione di un virtuale di apparenze vincente

E io cosa aspetto per arrivare dall’ altra parte?

Ci provo e riprovo non sempre riesco ad attraversare questo fiume, mi manchi e non so dove tu sia a nuotare ora,

insieme ora non c’è, anche questo ‘stare assieme’ ennesima insidia di un gioco spazio tempo al limite della sopportazione.

Possesso e non possesso lasciare andare perdere

riconquistare vanità desiderante

sottosopra come un barattolo di visciole al sole.

Essere generosi di tempo e amore

A questo pensiero approdo pure se vado controcorrente

Io e i barattoli di visciole rosse sottosopra

La musica libertà

Trovatevi uno strumento, fate musica d’insieme* in una banda raminga

suonate sui palchi che vivere offre

Non sempre il suono è ottimale,

C’È da provare e riprovare

non ci si sente,

concentrata per non sbagliare, perdersi qualche nota per strada e poi recuperarla,

State in compagnia e espressione

Condividete pensieri o risate e abbracci sonori

Magari

Dimenticando per attimi sorpresa alcuni luoghi e persone del niente che incontrate in ascensore quotidianamente

La musica libertà

Forlimpopoli 2-6-18

Perdere treni

Perdere un treno, capita, attendere pure, capita e poi sfrecciare a quella velocità tanto da farmi chiudere le orecchie attraverso un tunnel buio,

non si sa se sia normale quest’ andatura frenetica

andare veloci verso la musica, il sole contornato da nubi, passi di danza amici e dimenticarsene delle delusioni, per quelle aspettative velate che riaffiorano tenaci ogni volta che batte di più il cuore,

mi direbbe una voce: fai finta di niente, perdi pure questo treno, tanto salirai su altri trasportando il tuo bagaglio di colore e aria sonora.

A volte scenderei definitivamente stanca pendolare di tragitti di routine, attese e pensieri sospesi perché il corpo risulta assente,

teneramente lo cerco su quel treno, mi sa l’ha perso e poi di sfuggita al finestrino lo intravedo, eccolo là su un altro treno e mi tocca scendere e trovare il modo per raggiungerlo

P.s. Poi vorrei vivere su una casa su un albero farci l’amore senza contare le formiche in fila indiana a far provviste accapparrandosi il possibile contro il duro inverno e che tu mi dicessi meno no

ad inseguirti su binari che non s’incontrano, come ho detto, sarei stanca, basta treni?

Smettere…mettermi a

S.mettere mettersi a…

Me lo dico sarebbe bello rivoluzionare tutto

non pensare al surreale di pecore che brucano in questa città alla deriva.

Oppure girare le chiavi di casa e aprire altri spazi con finestre su vallate o prati fioriti.

(Invece che macchine indaffarate e vicini incuranti strillanti)

Smettere di pensare ai soliti pensieri affezionati.

Mettersi al lavoro nonostante i dolori, le delusioni, le separazioni.

Smettere l’incomprensione come un vestito vecchio, lasciare andare le soluzioni sbagliate di calcoli impossibili.

Ma io sono felice se canto su una corteccia di acero sulla collina

La solita solitudine è solo qualcosa di troppo stretto che si può anche

non indossare.

I colori e i sorrisi sono dentro, ma non al sicuro perché le serrature qui non servono più per chiudere e conservare gelosamente.

Condivido quando vuoi esserci

non scappi dalla bellezza.

Quando non sei un satellite costretto dalla tua orbita a girare incessantemente.

Quando ti fermi

e ti muovi allo stesso tempo

Se mi guardi e mi ami

e magari smetti di temere il tuo umano prigioniero di genealogie effetto domino.

Mettersi a respirare quello che arriva colori odori suoni accoglienti, senza depredare o strappare.

Smetto di avvicinarmi a quella terra che non mi piace quando non ha spazio per ascolto, tenerezza presenza senza giudizio.

E continuo a navigare

pure con bussole sconclusionate.

liberamente si è assentata

assente ingiustificata con giustificazioni  e firme dei genitori farlocche

dov’è andata per scappare dalla scuola?

Eh no, non scappa dato che ci vive dentro, come matrioske, assieme a lei,  le rabbie delle creature ex urlanti, ora solo con il bisogno continuo di parlare  e parlare ( loro dicono che camuffano sè stessi solo per bisogno di venire ascoltati

tutti abbiamo questo vizio parlare  tanto per non dire nulla

incontrare in questi fiumi  parolai, vari coccodrilli del pensare libero ricercatori, ma con grande voglia di divorarti nella tua singolarità e senso di presenza responsabile.

allora mettersi in fuga per poi spesso ricadere tra le loro grinfie, tipo ipnotizzata verso  quel punto dove la corrente va forte e ti travolge, la destinazione è la palude,  ovvio non è mai  il salto coraggioso verso la cascata.

il suono del polmone  e del fegato è con me mentre il collo è bloccato. Uccellino non può volare  ma è andato via il figlio maggiorenne è diventato analisi , conclusa, perchè impossibile andare oltre, un pò lutto un pò liberazione.

 

Di questi tempi  siamo stati vicini all’ Himalaya, abbiamo  tagliato arance a spicchi, poi festa di autocelebrazione di mezzo secolo, cantato in modo modale e si aprono le vocali, ri-giocato con i soliti cialtroni clown. Piccoli siparietti di circhi del dolore estemporanei, no animali,  ormai i circhi sono di varie crudeltà anche con baci improvvisi che poi però ti sfuggono in labirinti umani privi di energia. In questo assentarsi, la sala degli specchi deformanti non può mancare, frammenti pezzi di vetro che formano case con perdite di luce

insomma s’ evince che questo non sia un periodo di vita spumeggiante

scrivere potrebbe essere freno a mano tirato sul vivere

 

allora  assentarsi

senza giustificazioni

 

 

E’ come se…

la nostra solitudine imponesse distanze

oggi ho fatto un viaggio di memoria con immagini che non sapevo o dimenticavo

ti ho rivisto nel tuo bisogno d’amare e in quella superficialità per non soffrire, ambivalenza per non esporti mai.

E’ come se ti avessi evocato e continuo a farlo

le magie che ne escono fuori sono da freak show, alcune sul versante sadico compulsivo

le dipendenze esistono eccome…

non è semplice liberarsene

dipendere da quello che fa male che non è il tuo bene.

Quell’amore in un velo che butto in aria e poi finito a terra, ci danzo attorno, magari lo pesto o lo raccolgo.

E’ come se questa mancanza sia la nostra condanna,

non ci siamo mai parlati tanto per evitare di riconoscerci

e sicuramente ci siamo mancati  tantissimo

a distanza scrutavamo segni dell’altro

e sicuramente ne eravamo terrorizzati

e poi  il lato sadico ed indifeso ed il bisogno d’isolarsi

come se… non ci fosse altro di più bello di questo non amore

e ora mi vedo appesantita zavorre.

non sempre con tanto desiderio di desiderare,

eppure sì

lo voglio lo vorrei

un angolino dove accoccolarsi e non far nulla ascoltare il battito e la pulsazione e la voce che canta vita

perchè sai… ho ritrovato la voce

già, una piccola grande guerriera mi ha riportato sulla strada del canto

e io le sono grata,

anche per quelle risate

sono grata,

condivise tra tante storielle di folli lacrime fatte di chiodi

come se… tu non ci sia

e mi manchi, pure se la tua assenza è

fondamentalmente il modo  per mettermi in vita

mettermi alla luce

rinascere e rimorire

qui sto

è come se… quel baratro di bugie  ben riflesse in tanti specchi

venga riproiettato all’infinito

e la testa gira e il corpo vortica su di sè

vorrebbe spiccare il volo ma è pesante è largo è curvo

ha uno sguardo preoccupato

perchè tu non lo hai abbracciato e non lo hai trattenuto il più possibile.

In volo l’hai sollevata quella bimba e poi rovinosamente

è scivolata o l’hai fatta cadere,

non è dato sapere.

e sembra il giorno della marmotta…DSCN0995

 

della poraccitudine e altre freakshow storie

non sono brava con parole argute

ma ho simpatiche amiche

presenti nel presente e nel passato

con esse si parla di questo e di quello

e anche di quell’altro

argomenti non ci mancano

ma non capiamo  insistiamo crediamo

e non troviamo sto filo d’Arianna

come ti muovi o non ti muovi sbagli

il perdere tempo il disamore

o cercare tempo incastro  come appuntamento dal dentista amato o odiato, temuto.

questo amore e dov’è?

troppo preso a mirarsi nel laghetto  scorgendo da lontano un’ ombra di mamma (sempre quello eh)

aver  da fare con le proprie ansie o ire

e noi  non riusciamo proprio a fare il sottovaso

proviamo riproviamo

cerchiamo vasi autosufficienti  e coraggiosi nell’osare

privi di desiderio  di autoaffermazione egoica  quella roba tanto di moda che  sovente prevede,  incluso nel prezzo,  il totale annullamento dei sentimenti altrui (o bisogni)(o corpi)(o desideri)

dicasi  colorati  con un pò di rispetto o maturità

ma nell’affascinante  mondo di poraccitudine bisex (perchè credo valga per tutti i sessi pure se i maschi ci tengono a mantenere un certo primato) lo spettacolino da circo affabulatorio, cabaret crudele, va avanti con tutti i vari personaggi della farsa (si paga il biglietto eh)

invece per farla breve

antichi poeti napoletani (1922) sapevano,

Napoli per me  ricchezza degli avi, di quello che non si può dire e si dice

studio ora questo, ci lavoro, la pronuncia  gli accenti e intenzioni

amore appassionato

 

CANZONE APPASSIUNATA

(E. A. Mario – 1922)

N’albero piccerillo aggiu piantato,
criscènnolo cu pena e cu sudore.
Na ventecata giá mme ll’ha spezzato
e tutt’ ‘e ffronne cágnano culore.
Cadute só’ giá ‘e frutte e tuttuquante,
erano doce, e se só’ fatte amare.
Ma ‘o core dice: “Oje giuvinotto amante,
‘e ccose amare, tiénele cchiù care”.
E amara comme si’, te voglio bene.
Te voglio bene e tu mme faje murí.
Un piccolo albero ho piantato,
crescendolo con pena e con sudore.
Una ventata già me l’ha spezzato
e tutte le foglie cambiano colore.
Sono già caduti tutti i frutti,
erano dolci, e sono diventati amari.
Ma il cuore dice: “Oh giovanotto amante,
le cose amare, tienile più care”.
E amara come sei, ti voglio bene.
Ti voglio bene e tu mi fai morire.
Era comm’ ‘o canario ‘nnammurato,
stu core che cantaje matina e sera.
“Scétate” io dico e nun vò’ stá scetato.
E mo, nun canta manco a primmavera.
Chi voglio bene nun mme fa felice,
forse sta ‘ncielo destinato e scritto.
Ma i’ penzo ca nu ditto antico dice:
“Nun se cummanna a ‘o core”. E i’ mme stó’ zitto.
E mme stó’ zitto, sí,te voglio bene.
Te voglio bene e tu mme faje murí.
Era come il canarino innamorato,
questo cuore che cantò mattina e sera.
“Svegliati” io dico e non vuole star sveglio.
E ora, non canta nemmeno la primavera.
Chi voglio bene non mi fa felice,
forse sta in cielo destinato e scritto.
Ma io penso che un detto antico dice:
“Non si comanda al cuore”. E io sto zitto.
E sto zitto, sì, ti voglio bene.
Ti voglio bene e tu mi fai morire.
Chiagno p’ammore, e cade ‘o chianto mio
dint’a ‘sta testa: ‘o chianto ‘a sta arracquanno.
Schiòppa na bella rosa e i’, pe’ gulio,
a chi mm’ha fatto chiagnere nce ‘a manno.
Lle dico: “Rosa mia tu mme perduone
si te scarpesarrá senza cuscienza”.
Ce sta nu ditto ca mme dá ragione:
“Fa’ bene e scorda e si faje male penza”.
Pènzace buono sí, te voglio bene.
Te voglio bene e tu mme faje murí.
Piango per amore, e cade il mio pianto
in questo vaso: il pianto la sta innaffiando.
Sboccia una bella rosa e io, per rabbia,
a chi mi ha fatto piangere la mando.
Le dico: “Rosa mia tu mi perdoni
se ti distruggerà senza coscienza”.
C’è un detto che mi dà ragione:
Fai bene e dimentica e se fai male pensa”.
Pensaci bene sì, ti voglio bene.
Ti voglio bene e tu mi fai morire.